Assieme a lui sparisce silenziosamente, nel chiasso ipocrita del potere, un importante testimone della Storia della Repubblica, la nostra storia, che in molti hanno dimenticato, o stanno dimenticando. Ne rimangono ancora pochi come lui, con la sua memoria e la sua onestà intellettuale.
Facciamone tesoro, finché sarà possibile.
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06 novembre 2007
24 ottobre 2007
In viaggio
Sulla strada incontri tanti viaggiatori. Alcuni solcano la tua direzione, anche se vengono da un altro posto. Gli chiedi dove vai? Sembra che si viaggi anche verso la stessa meta, ma in realtà nessuno lo sa.Sì, perché lungo la strada spesso si cambia meta, magari si incontra una deviazione oppure una scorciatoia, c'è chi decide di fermarsi a fare sosta in un posto e c'è chi semplicemente cambia idea.
Capita di dirsi ti do un passaggio fino alla prossima stazione, poi ci si saluta, nel frattempo si fa la strada insieme.
A volte il motore si ferma, a volte riesci a farlo ripartire, a volte no. A volte c'è qualcuno che, passando di lì, ha con sé la cassetta degli attrezzi e si riparte. Assieme, oppure ognuno per la sua strada, non importa.
A volte capita di rincontrare viaggiatori già visti, che portano con sé i segni del tempo passato, e allora ricordi che questi segni li hai addosso anche tu.
Sei sempre con compagni di viaggio diversi. C'è chi, dopo aver fatto un po' di strada con te, deve deviare improvvisamente, da tutt'altra parte. A volte però proprio chi è andato così lontano, è come se fosse ancora in viaggio con te, e sei sicuro che vi ritroverete, in posti che nemmeno avete immaginato.
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14 agosto 2007
Terra di nessuno
E' la terra dove anche se si è sconosciuti, ci si parla come da intimi, vecchi amici. E' lì, dove ci si scambiano i desideri ed i segreti più riposti, dove c'è chi diventa veramente quello che vorrebbe essere, anche se solo per pochi istanti. Lì, dove puoi narrare e ascoltare le storie di tanti come te e di altrettanti invece diversi, che unite una per una diventano la Storia di una terra, di un'epoca, fatta di persone e dei loro sogni.Lì, dove "chissà se un giorno ci rincontreremo". Ma la terra di nessuno non sta mai ferma: lì, di sicuro, non ci metterai mai più piede.
liberamente ispirato a Mario Perrotta
20 aprile 2007
Schiavi. Sempre e comunque
Ieri sera a Milano, presso il Teatro Blu, c'è stata la rappresentazione teatrale di Emigranti di Slawomir Mrozek, a cura della compagnia teatrale Scimmie Nude, con gli attori Igor Loddo e Andrea Magnelli. I due protagonisti sono due emigranti, provenienti dallo stesso, povero paese, che hanno fatto le valigie per poter lavorare.
Lo scenario è lo squallido appartamento che i due occupano, durante il giorno di capodanno, nel quale arrivano segnali dall'esterno, suoni, rumori, luci, che fanno trasparire la percezione che l'immigrato ha della terra straniera in cui vive.
Durante l'intenso dialogo, in cui si registra il contrasto tra i due, causa la differente provenienza sociale (un intellettuale ed un operaio), viene sviscerata la realtà che ognuno dei due è schiavo. Di ideali, dei propri sogni, di uno Stato, della propria avarizia, schiavo della stessa schiavitù degli altri.
L'operaio lo è dei suoi soldi che avidamente nasconde in un pupazzo di peluche, soldi che serviranno un giorno, il grande giorno, in cui potrà tornare a casa sua e comprare casa per sé e la propria famiglia. Soldi che, anche se quelli che hai fin'ora accumulato bastano per questo, si continuano ad accumulare, perché sì, perché non una casa più grande, perché non un giardino... e si rimanda la partenza, rimanendo schiavi del proprio sogno.
L'intellettuale, schiavo della propria voglia di scrivere un libro su tale condizione, che crede non essere più la sua e va così a cercarla negli altri, nel proprio compagno di appartamento, che vessa in continuazione con le sue provocazioni ma che in fondo è l'unico amico che ha.
Così come chi vive pensando a quando avrà finito di pagare il mutuo, quando avrà 70 anni, così chi pur avendo un lavoro che gli consente una vita più che dignitosa, si lamenta perché si annoia, così chi oramai è convinto di non essere in grado di girare senza perdersi nella propria città senza il navigatore satellitare, quando invece in macchina ha già viaggiato in città che non aveva mai visto, così chi va in fibrillazione quando si dimentica il cellulare a casa.
Lo scenario è lo squallido appartamento che i due occupano, durante il giorno di capodanno, nel quale arrivano segnali dall'esterno, suoni, rumori, luci, che fanno trasparire la percezione che l'immigrato ha della terra straniera in cui vive.
Durante l'intenso dialogo, in cui si registra il contrasto tra i due, causa la differente provenienza sociale (un intellettuale ed un operaio), viene sviscerata la realtà che ognuno dei due è schiavo. Di ideali, dei propri sogni, di uno Stato, della propria avarizia, schiavo della stessa schiavitù degli altri.
L'operaio lo è dei suoi soldi che avidamente nasconde in un pupazzo di peluche, soldi che serviranno un giorno, il grande giorno, in cui potrà tornare a casa sua e comprare casa per sé e la propria famiglia. Soldi che, anche se quelli che hai fin'ora accumulato bastano per questo, si continuano ad accumulare, perché sì, perché non una casa più grande, perché non un giardino... e si rimanda la partenza, rimanendo schiavi del proprio sogno.
L'intellettuale, schiavo della propria voglia di scrivere un libro su tale condizione, che crede non essere più la sua e va così a cercarla negli altri, nel proprio compagno di appartamento, che vessa in continuazione con le sue provocazioni ma che in fondo è l'unico amico che ha.
Così come chi vive pensando a quando avrà finito di pagare il mutuo, quando avrà 70 anni, così chi pur avendo un lavoro che gli consente una vita più che dignitosa, si lamenta perché si annoia, così chi oramai è convinto di non essere in grado di girare senza perdersi nella propria città senza il navigatore satellitare, quando invece in macchina ha già viaggiato in città che non aveva mai visto, così chi va in fibrillazione quando si dimentica il cellulare a casa.
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02 aprile 2007
Homeward bound (o Vite parallele)
Venerdì sera, ore 22:30. I treni allineati sui binari, pronti per partire. Le banchine gremite di gente che trascina i propri bagagli, mentre si dirige verso la propria carrozza. Per la maggior parte sono emigranti, diretti verso il proprio paese per il fine settimana. Gente che porta nelle valigie cose tanto diverse.
C'è chi porta sempre con sé la propria terra, c'è invece chi oramai è un apolide, tanto è avvezzo a cambiar continuamente domicilio da svariati anni. Li distingui dal modo di parlare: i primi non hanno mai perso la loro cadenza, ed anche se vivono da più di 15 anni a più di 800 km dalla loro terra di origine è immediato capire da dove provengano. I secondi invece parlano in un modo che si potrebbe definire insolito: una commistione di accenti, difficile da individuare, anche se c'è sempre una "radiazione di fondo" dominante.
Cosa portano nelle valigie? Cosa pensano? C'è chi lavora lontano da casa, e torna ogni fine settimana dalla sua famiglia, sua moglie, i suoi figli. E mentre viaggia pensa a come sarà doloroso arrivare a casa e notare che nei primi istanti suo figlio piccolo farà fatica a riconoscerlo subito. Ok, dopo dal bimbo verrà fuori tutto l'affetto di questo mondo, ma quei cinque minuti sono un dolore lancinante. C'è chi pensa alla persona amata, e si chiede se i propri pensieri siano condivisi. C'è chi sogna di comprare casa per se e la propria famiglia proprio lì, dove è diretto il treno, e si chiede quando e se questo potrà accadere.
C'è anche a chi, dopotutto, sta bene lo status quo. Ci sono anche quelli che, partendo, si stanno costruendo un'altra vita, da qualche altra parte, e che hanno visto la loro partenza come l'aprirsi di nuove possibilità, di nuove strade da esplorare prima inimmaginate. Strade a volte rettilinee, a volte impervie, spesso impreviste.
Tutta questa gente, così diversa, partirà tra qualche manciata di minuti, e vivrà qualche giorno in maniera diversa rispetto agli altri. Come se conducesse vite parallele.
Eppure c'è qualcosa che accomuna tutte queste persone. La voglia di qualcuno che li aspetti, che aspetti solo loro e che non veda l'ora che arrivino.
Ma ora basta. Un fischio dal treno ne annuncia la partenza. Homeward bound, diretto verso casa.
Tonight I'll sing my songs again
I'll play the game and pretend
But all my words come back to me
In shades of mediocrity
Like emptiness in harmony
I need someone to comfort me
(Simon and Garfunkel)
C'è chi porta sempre con sé la propria terra, c'è invece chi oramai è un apolide, tanto è avvezzo a cambiar continuamente domicilio da svariati anni. Li distingui dal modo di parlare: i primi non hanno mai perso la loro cadenza, ed anche se vivono da più di 15 anni a più di 800 km dalla loro terra di origine è immediato capire da dove provengano. I secondi invece parlano in un modo che si potrebbe definire insolito: una commistione di accenti, difficile da individuare, anche se c'è sempre una "radiazione di fondo" dominante.
Cosa portano nelle valigie? Cosa pensano? C'è chi lavora lontano da casa, e torna ogni fine settimana dalla sua famiglia, sua moglie, i suoi figli. E mentre viaggia pensa a come sarà doloroso arrivare a casa e notare che nei primi istanti suo figlio piccolo farà fatica a riconoscerlo subito. Ok, dopo dal bimbo verrà fuori tutto l'affetto di questo mondo, ma quei cinque minuti sono un dolore lancinante. C'è chi pensa alla persona amata, e si chiede se i propri pensieri siano condivisi. C'è chi sogna di comprare casa per se e la propria famiglia proprio lì, dove è diretto il treno, e si chiede quando e se questo potrà accadere.
C'è anche a chi, dopotutto, sta bene lo status quo. Ci sono anche quelli che, partendo, si stanno costruendo un'altra vita, da qualche altra parte, e che hanno visto la loro partenza come l'aprirsi di nuove possibilità, di nuove strade da esplorare prima inimmaginate. Strade a volte rettilinee, a volte impervie, spesso impreviste.
Tutta questa gente, così diversa, partirà tra qualche manciata di minuti, e vivrà qualche giorno in maniera diversa rispetto agli altri. Come se conducesse vite parallele.
Eppure c'è qualcosa che accomuna tutte queste persone. La voglia di qualcuno che li aspetti, che aspetti solo loro e che non veda l'ora che arrivino.
Ma ora basta. Un fischio dal treno ne annuncia la partenza. Homeward bound, diretto verso casa.
Tonight I'll sing my songs again
I'll play the game and pretend
But all my words come back to me
In shades of mediocrity
Like emptiness in harmony
I need someone to comfort me
(Simon and Garfunkel)
26 marzo 2007
Buscando tu mirada... (o Cosa ti manca?)
Quei pomeriggi in cui avverti una sensazione di vuoto. Il tran-tran quotidiano per andare al lavoro, la confusione della folla in metrò e in autobus. Cerchi qualcosa, cerchi di capire che cosa ma in fondo già lo sai. In fondo non ti manca nulla: indipendenza, amicizie, interessi. Hai le giornate piene di impegni, ma quei cinque minuti di pausa ti fanno riflettere.
Vorresti un sorriso, un sorriso spontaneo, uno sguardo che si disseti nei tuoi occhi come tu nei suoi...
Vorresti un sorriso, un sorriso spontaneo, uno sguardo che si disseti nei tuoi occhi come tu nei suoi...
22 marzo 2007
In my life (o ricordi)
Quando capita di incontrare un amico che non vedi da tempo, e con cui hai passato momenti intensi e cruciali della tua vita, è sempre un piacere. Specie se nel frattempo tutto è cambiato per entrambi: città in cui si vive, modo di vivere e di pensare, gente che frequenti. Rifletti sul tempo che è passato e su chi si è stati nel corso di questi ultimi anni.
Poi, inesorabilmente, si passa a rammentare "i vecchi tempi", e si inizia a ridere, a pensare a tutte le stranezze viste e commesse in prima persona. Ricordi sommersi, che sgorgano fuori dalla tua testa come impetuosi geyser. Anche eventi in un certo senso "spiacevoli", ma che sublimati dal tempo divengono bellissimi. Poi ti scappa... si... pensi e dici: "sento la nostalgia...", ti sembra di guardare verso il passato anziché verso il futuro. Forse stai rimpiangendo il passato...
E invece no. Non è rimpianto, non è nostalgia. Siamo semplicemente noi, è la nostra storia, di cui siamo costituiti e senza la quale semplicemente non esisteremmo. Tra qualche tempo, quando vivrò chissà dove e farò chissà cosa chissà con chi, sarò contentissimo di re-incontrare chi ho conosciuto o sto conoscendo ora e con cui sto condividendo parte della mia storia. E parleremo, ricorderemo, rideremo...
Poi, inesorabilmente, si passa a rammentare "i vecchi tempi", e si inizia a ridere, a pensare a tutte le stranezze viste e commesse in prima persona. Ricordi sommersi, che sgorgano fuori dalla tua testa come impetuosi geyser. Anche eventi in un certo senso "spiacevoli", ma che sublimati dal tempo divengono bellissimi. Poi ti scappa... si... pensi e dici: "sento la nostalgia...", ti sembra di guardare verso il passato anziché verso il futuro. Forse stai rimpiangendo il passato...
E invece no. Non è rimpianto, non è nostalgia. Siamo semplicemente noi, è la nostra storia, di cui siamo costituiti e senza la quale semplicemente non esisteremmo. Tra qualche tempo, quando vivrò chissà dove e farò chissà cosa chissà con chi, sarò contentissimo di re-incontrare chi ho conosciuto o sto conoscendo ora e con cui sto condividendo parte della mia storia. E parleremo, ricorderemo, rideremo...
20 marzo 2007
Il sesso debole (o Servi della Gleba)
Qual'è il sesso debole? Ovvio: quello maschile. Non basta la più forte determinazione, il migliore ottimismo, la più grande voglia di "spaccare il mondo", il più impetuoso coraggio. Non vi si può sfuggire.
Si tratta di attimi. Basta incrociare lo sguardo giusto nel momento sbagliato, ed è finita. Fino a quel momento non facevi altro che pigliare per i fondelli i tuoi amici "glebizzati", inducendoli a svegliarsi da quello stato assurdo che gli manda KO i neuroni... e invece no. Ci sei anche tu dentro, fino al collo.
Servo della gleba planetaria.
Si tratta di attimi. Basta incrociare lo sguardo giusto nel momento sbagliato, ed è finita. Fino a quel momento non facevi altro che pigliare per i fondelli i tuoi amici "glebizzati", inducendoli a svegliarsi da quello stato assurdo che gli manda KO i neuroni... e invece no. Ci sei anche tu dentro, fino al collo.
Servo della gleba planetaria.
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